Giornata di studio organizzata dal Dipartimento di Italianistica dell’Università di Bologna
Relatori Gian Mario Anselmi, Giovanni Baffetti, Cecilia Bertolani, Silvia Contarini, Giorgio Forni, Giorgio Zanetti
INGRESSO LIBERO
Interventi
Gian Mario Anselmi
Introduzione ai lavori
Maria Cecilia Bertolani
Il Trionfo e la Bellezza
Giovanni Baffetti
Vanitas e disinganno nella letteratura barocca
Silvia Contarini
Le passioni in scena. La tragedia e il melodramma nel primo Settecento
Giorgio Forni
Lo “specchio” tra Piacere e Disinganno
Giorgio Zanetti
D’Annunzio e l’arabesco musicale
IL FLUSSO INCESSANTE DELLE APPARENZE di Giovanni Baffetti
La giornata di studi che affiancherà la rappresentazione de La Bellezza ravveduta nel trionfo del Tempo e del Disinganno si pone l’obiettivo di esplorare il contesto storico-culturale in cui si colloca la genesi dell’oratorio, nel corso del soggiorno romano di Händel, e insieme di allargare la prospettiva alla storia ramificata e complessa delle forme e dei nuclei tematici e ideologici che s’intrecciano nell’esile libretto del Pamphili. Se per un verso appare indispensabile restituire i tratti essenziali di uno sfondo intellettuale vivo e scintillante come quello della Roma pontificia del primo Settecento, dove, tra Barocco e Arcadia, si incontrano, nell’orbita ancora di una fastosaâge de l’éloquence, poesia ed erudizione, sperimentazione e classicismo, ascetismo e mondanità, ugualmente necessaria risulta la ricognizione dei dibattiti coevi sul teatro e sui generi drammatici in rapporto alla moderna teoria delle passioni. Rispetto alle norme codificate da Aristotele, il teatro di inizio secolo rivendica infatti un’idea nuova di verosimiglianza psicologica che pone al centro del dramma la nascita e lo sviluppo degli affetti, attraverso il contrasto delle diverse passioni sulla scena. Mentre la tragedia si fonda tutta sul progressivo dispiegarsi di un’oscura passione dominante che si impone sulle altre, tendendo per altro a escludere l’amore, per la sua tendenza al romanzesco contraria a una visione etica del teatro come “scuola di morale”, il melodramma metastasiano predilige viceversa la varietà e la mescolanza degli affetti in una libera interpretazione del cartesiano Traité des passions de l’âme che ne elimina gli elementi più radicali sostituendovi la poetica rinnovata della finzione letteraria e della mimesi dei sentimenti, nell’ottica del “teatro allo specchio”. D’altronde, proprio per aggirare il divieto romano di rappresentazioni teatrali, La Bellezza ravveduta nel Trionfo del Tempo e del Disinganno travestiva in forma allegorica i temi tipici dell’opera musicale, ponendo al centro dell’oratorio il motivo ambivalente dello specchio. La Bellezza, che nell’aria d’apertura, Fido specchio, contemplava se stessa (come la Poppea dell’ Agrippina, musicata da Händel in quegli stessi anni), verrà in seguito persuasa dal Tempo e dal Disinganno a riconoscere nello “specchio del vero” la propria natura celeste, di là dalla materia caduca e mortale. Per un verso dunque l’immagine riflessa rappresenta l’incanto illusorio e fallace del piacere sensibile, ma al contempo lo specchio può divenire un oggetto simbolico che allude alla conoscenza di sé e al dominio sui sensi, come del resto accadeva già nel grande archetipo tassiano del giardino incantato di Armida: se in mano alla maga pagana esso era lo strumento ingannevole della seduzione e della moltiplicazione delle forme, con l’intervento dei cavalieri cristiani si trasformava nel “lucido scudo” grazie al quale l’eroe riconquistava la propria identità minacciata da vane apparenze. Al topos dello specchio fa così riscontro quello del disinganno che, in quanto svelamento della verità, presuppone un inganno opposto e complementare, riproponendo la dialettica tra sostanza e apparenze connaturata alla visione barocca dell’esistenza, da cui deriva, sul piano artistico, una poetica della finzione e dell’artificio affrancata dal principio aristotelico dell’imitazione e della verosimiglianza. Certo, in una prospettiva etico-religiosa, il tema del disinganno diviene sinonimo di pentimento e di conversione, e questo spiega la fortuna letteraria e figurativa del personaggio della Maddalena, cui lo stesso Pamphili dedica un altro oratorio, così come della poesia delle “Lagrime”, inaugurata ancora una volta dal Tasso. E in qualche modo, come è stato osservato, il percorso allegorico della “bellezza ravveduta” pare per l’appunto tradurre nella cornice rigorosamente codificata del “trionfo” la vicenda della Maddalena.
Ma la storia della letteratura è anche storia di forme: di qui l’interesse di un excursus sulla vitalità di una costruzione letteraria che traspone sulla scena (reale o fittizia che sia) il modello festivo della parata o della processione, assumendo lo schema antico e popolare del racconto a catena con intenti moraleggianti. In questa tradizione il ruolo di archetipo spetta naturalmente al Petrarca, che innesta l’idea di trionfo, desunta da un immaginario classico e umanistico, sulla forma medievale del poema allegorico. La bellicizzazione dell’immaginario erotico si unisce al motivo della psicomachia, il combattimento dell’anima con se stessa, e della militia Christi: ma è ancora alla bellezza fisica e metafisica di Laura che viene affidato, nel risolutivo Trionfo dell’Eternità, il compito di comporre in una felice conciliazione la cosmica guerra degli opposti che dominava gli altri quadri. Le vicende molteplici di queste strutture primarie potrebbero condurre molto lontano, sino forse alle moderne allegorie romanzesche delPiaceree delFuocodannunziani, per non parlare del Trionfo della morte. Ma, piuttosto che inoltrarsi nel sinfonismo wagneriano dei romanzi, l’approdo novecentesco tenterà invece di saggiare il valore paradigmatico che per d’Annunzio assume la musica – quella barocca di Händel e Scarlatti accanto a quella contemporanea di Debussy e Skrjabin – come modello stilistico delle più tarde prose notturne e di ricerca. Proprio qui, in alternativa alla logica architettonica del classicismo beethoveniano, la musica come improvvisazione e arabesco rimanda all’incanto di una parola che sappia percepire la voce dell’anima nelle sue vibrazioni e nei suoi trasalimenti più profondi, in una dimensione in cui l’eternità si svela nell’istante e nel frammento, balenando sotto il fluire incessante delle apparenze.